Il Vangelo è sorgente di intelligenza e di responsabilità morale nell'ambito del vissuto concreto: offre una visione antropologica e un riferimento etico di alto valore sapienziale, e di non minore incidenza pratica.
L'apertura - la plasticità creativa - della parola della fede mantiene tutta la sua efficacia nella ricchezza delle diversità.
Multiforme, ma certo non informe, essa dà campo aperto alla creatività legittima delle differenze, ma respinge la pretesa neutralità pubblica di un malinteso pluralismo, che priva il contesto sociale di un retroterra generativo adeguato.
Solo una società di valori e di radici, infatti, alimenta visioni, progettualità e prassi capaci di profili non evanescenti o meramente emozionali, o, ancora, pragmaticamente funzionali.
Anche se è indiscutibilmente vero che la salvezza ultima non sarà opera di mano d'uomo, è altrettanto indubitabile che essa è una relazione verticale che dà origine a relazioni orizzontali, e tocca la realtà economica, sociale, politica, fisica, psicologica e spirituale degli uomini. È realtà escatologica, che comincia nel presente (Cf Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 15).
Ciò conduce alla corretta e fruttuosa impostazione del rapporto tra etica ed economia. Respingendo sia le separatezze del liberismo classico e recente, sia le invadenze dello stato etico, nelle sue diverse (anche contrapposte) concrezioni storiche, la visione cristiana propone una prospettiva e un messaggio di chiara valenza culturale, aperto a tutti gli uomini di buona volontà.
È necessario allora far percepire nettamente che la solidarietà - ben lungi dall'essere risposta emotiva di un momento - certifica l'autenticità della fede non meno che la qualità della vita.
Se non vuol cadere in un individualismo debole e decadente, l'affermazione del soggetto come attore della propria identità e della organizzazione della propria vita personale implica un assetto socio-politico caratterizzato da riferimenti di valore, solidarietà attiva, comunicazione interculturale.
L'uomo, in quanto persona, si muove dunque sul difficile crinale dell'equilibrio tra il suo mondo interiore e le sue relazioni esteriori.
Edith Stein individua la scaturigine della solidarietà fra le persone nella Einfühlung, l'empatia che apre all'altro riconosciuto come soggetto.
E von Balthasar sottolinea che «solo nel suo uscire da se stesso, nel servizio creativo al mondo, il soggetto sperimenta il suo significato e in esso la sua essenza». (1)
(1) - H. U. von Balthasar, Verità del mondo, Teologica, Vol. I., Jaca Book, Milano 1989, p. 66.
Anche G. Gadamer, respingendo la deriva nichilista del suo maestro M. Heidegger, sottolinea lo sfondo antropologico positivo che costituisce "la base essenziale di ogni solidarietà nell'agire politico e umano".
Infatti, come insegna la Dottrina Sociale della Chiesa, la cura del proprio interesse, quand'anche legale e legittima, non produce automaticamente il bene comune. Al contrario, al di fuori di una visione corretta, essa - la cura del proprio individuale interesse - finisce inevitabilmente per trascinare la sana competizione in conflittualità aperta, a volte spietata, a volte distruttiva (homo homini lupus). Né produce una solidarietà globale, ma solo selettiva e, pertanto, discriminante.
Il passo dall'interesse proprio al bene comune, da una solidarietà limitata a una globale non viene adeguatamente motivato né dall'interesse né dalla necessità. Senza una visione antropologica, una convinzione morale e una espressione etica rimane confinato nel limbo delle buone intenzioni, senza mai diventare valore condiviso, progetto adeguato, azione efficace.
La solidarietà qualifica la relazione.
Per non evadere in sentimentalismo o decadere in assistenzialismo, la solidarietà deve conservare lo slancio dell'utopia e la concretezza della realizzazione.
«Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno... Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 2,44-45; 4,34-35).
La sensibilità teologica cristiana vede nella solidarietà non solo un imperativo morale, ma un "luogo" di crescita in umanità, di verità della relazione interpersonale, un luogo della esperienza di Dio. In essa si coglie quella reciproca inclusione di teocentrismo e antropocentrismo di cui spesso parlava Giovanni Paolo II (p.e. Dives in Misericordia, 12), e nella quale si rivela la potenzialità insita nella risorse umane proprio perché ne riconosce il limite creaturale.
La prima forma di solidarietà consiste certamente nella testimonianza aperta della verità, nella parola di senso e di speranza che sostiene il cammino dell'uomo, come lampada che illumina i suoi passi. L'esigenza che ciascun essere umano ha di dare un significato alla propria esistenza impone a tutti un dovere di reciprocità attiva, come illuminazione di senso e servizio della verità e come attenzione allo sviluppo dell'uomo sotto il profilo della cultura e dell'istruzione. Non sfugge a nessuno come la povertà più radicale sia proprio quella culturale, a causa della quale la vita, ancorché garantita economicamente, si appiattisce a livelli di mera sopravvivenza. È il prisma educativo che colloca l'aiuto fraterno nel solco fecondo di quella caritas intellectualis in cui il sapere ritrova la sorgiva gratuità del dono e si comunica come energia propulsiva di cultura e di vita: «Non sarà mai possibile liberare gli indigenti dalla loro povertà, se prima non li si libera dalla miseria dovuta alla carenza di una degna educazione» (Giovanni Paolo ii, Esortazione postsinodale Ecclesia in America, 71).
È solo l'antropologia dell'immagine, scritta mirabilmente nella narrazione biblica, ma illuminante per l'intelligenza di ogni uomo, a fondare storicamente e motivare adeguatamente la solidarietà che genera reciprocità autentica.
E crea fraternità che illumina la vita: «Un rabbino chiese al suo discepolo: 'Quando comincia il giorno?'. Il discepolo: 'Quando non confondo più il terebinto con la palma'. 'Questo non basta', rispose il maestro. E il discepolo: 'Forse quando riesco a distinguere un cane pastore da una pecora nera'. Il rabbino: 'Anche questo non basta. Solo quando riuscirai a riconoscere tuo fratello nel volto di un altro uomo, solo allora si è fatto giorno».
Mons. Sergio Lanza
Assistente ecclesiastico generale dell'Ateneo
Autore: Sergio Lanza
Data: 22 febbraio 2012
Tipologia: Chiesa