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Polittico Averoldi: di fronte a tal musica si sta silenziosamente ad ascoltare

Polittico Averoldi (Tiziano)

 

Ogni viaggiatore che ha visitato Brescia ne ha colto, a modo suo, un frammento: Foscolo ne celebrò le bellezze muliebri e i dintorni collinari che invitano all'ozio letterario e all'idillio; Stendhal rimase colpito dal teatro, dai portici e dai caffè; De Musset lodò le cattedrali; Flaiano i misteriosi giardini che si affacciano nei palazzi; Vittorio Sereni esaltò il mito della Mille Miglia che eccitò due generazioni e cinque continenti. Queste poche righe mettono in crisi il cliché della città ricca ma tutta  assorbita  dalla sua laboriosità austera, spiccia e po' brusca come la parlata dei suoi abitanti!

Tra i gioielli che adornano la città di  Brescia spicca il Polittico Averoldi di Tiziano, custodito nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso. Passate indenni attraverso le radicali  modifiche della cornice e dell'intera chiesa in cui sono conservate, le cinque tavole del polittico commissionato dal vescovo Altobello Averoldi - legato pontificio a Venezia - costituiscono una pagina forse un po' sottovalutata della produzione del maestro cadorino. La realizzazione del polittico è stata complessa, dato che una prima  versione del pannello con san Sebastiano venne offerta nel 1520 ad Alfonso d'Este, per placarne l'irritazione suscitata dalla ritardata conclusione dei Baccanali. Dopo qualche tentennamento Alfonso rifiutò la proposta, anche per non inimicarsi  l'influente prelato. Dal canto suo, anche Averoldi cominciò presto a lamentarsi per l'inosservanza dei tempi di consegna, e Tiziano portò a termine il polittico collocato nella chiesa bresciana nel 1522.

La molteplicità un poco primitiva della divisione in parti viene superata dalla intensità dei singoli scomparti. Se le figure dell'Annunciazione sono evidentemente la pietra di fondazione della scuola bresciana del Cinquecento, le tavole  maggiori propongono - sullo sfondo di un'eccezionale evocazione paesaggistica - un notevole assortimento di citazioni e confronti. La Resurrezione raffigura al centro il Cristo risorto con il vessillo crociato dispiegato nel vento; le pie donne, che appena si intravedono più in basso, si recano al sepolcro - secondo il racconto evangelico - all'alba. A sinistra troviamo il committente in cappa magna inginocchiato, cui fanno da comprimari i santi - in armatura - a cui è intitolata la chiesa. Lo scomparto di destra è dedicato a san Sebastiano che poggia un piede su un rocchio di colonna su cui compare l'iscrizione TICIANUS FACIEBAT MDXXII mentre poco più dietro - quasi in miniatura - un angelo scopre le ferite a san Rocco inginocchiato. I due scomparti superiori rappresentano l'Annunciazione. Ha destato curiosità la somiglianza fisica tra Cristo risorto e san Sebastiano, ulteriormente sovrapponibile con le presunte fattezza di Tiziano trentenne.

Il saggio di Rona Goffen, Renaissance rivals del 2002, propone l'interpretazione del polittico bresciano come guanto di sfida gettato da Tiziano ai cultori di Michelangelo, di Raffaello e dell'antico. Dopo aver notato che la semplice ma bel leggibile firma di Tiziano si trova sul rocchio di colonna sotto il piede di san Sebastiano, e che questo supporto di pietra allude alle sculture di Michelangelo, la studiosa elenca vari riferimenti, sovrapposti e riassorbiti nell'insieme grazie a una raffinata operazione di contaminatio: il ricordo di Giorgione per il pannello di sinistra con i santi Nazaro e Celso, lo Schiavo morente di Michelangelo per la figura  di san Sebastinao, il gruppo ellenistico del Laoconte, la Trasfigurazione di Raffaello e la derivazione di Sebastiano del Piombo per il Cristo che si libra nel pannello centrale.

Un ulteriore parallelo raffaellesco, con la  Liberazione di san Pietro dal carcere, viene proposto per l'effetto di luce della tavola maggiore. Gli sguardi si rincorrono, dal Cristo al san Sebastiano, dal soldato al Cristo, dall'angelo all'Annunciata cosi come i gesti che si contrappongono. Le braccia aperte dell'angelo collimano con quelle opposte di Cristo - come se fosse imminente, tra i due, un abbraccio - e rispondono anche, a distanza, a quella di san Sebastiano cosicché avviene fra le tre figure una chiusura circolare di spazio quasi un'incatenata danza. Roberto Tassi, descrivendo la mirabile opera dice: "guizzano ovunque le luci, scivolano sulle rive nervose delle pieghe nella tunica dell'angelo, specchiandosi  sulla corazza di san Nazaro e del soldato seduto, intenerendosi intorno all'angiolino che lenisce le ferite di san Rocco, sfolgorando incediate nel celo, seguendo lo schioccar dello stendardo nell'aria, patinando di tiepida  forza i corpi nudi di Cristo e san Sebastiano; si rispondono le zone d'ombra, dall'oscurità che circonda la Madonna, al velo sceso sul paesaggio al controluce dell'albero cui san Sebastiano è legato".

E come disse Cesare Brandi "di fronte a tal musica si sta silenziosamente  ad ascoltare".

 

mauroberselli@libero.it


Autore: Mauro Berselli

Data: 05 aprile 2011

Tipologia: Cultura